Musicisti: ecco perché abbiamo rotto i coglioni

E’ un po’ che lo voglio dire. E oggi lo dico. E forse qualcuno, ammesso che qualcuno legga fino in fondo, si incazzerà o si risentirà. Pace. Tutti i musicisti, professionisti e non, hanno un tratto in comune: frignano.

Non ci pagano. Non c’è pubblico. Non si suona. Non c’è feedback. I tour non sono remunerativi come una volta. Non si vendono più i dischi. Non ci sono i locali. E che cristo, non ci sono manco più le groupie.

Tutto vero. Ma in questa situazione melmosa, qualche responsabilità dei musicisti stessi io inizio a vedercela.

Mi domando: cosa fa il musicista nell’era del web 2.0?

Mi rispondo: SI FA UN MARE DI SEGHE 2.0

Mi traduco: posta di continuo contenuti su sé stesso. Sé stesso che suona, sé stesso che trascrive, sé stesso che edita, campiona, mixa, masterizza, coverizza, xxx-izza. Sempre sé stesso. Non mi riferisco a quando pubblica la sua musica o un suo concerto. Parlo del suo vomitarsi su tutti i canali disponibili. In tutte le salse. Continuamente.

Il valore di una cosa è in funzione della sua scarsità.

Al musicista 2.0 credo sfugga questa regola fondante dell’economia. Intesa non come più sei scarso e meno mi ti filo, ma come meno sei arrivabile e più acquisisci valore. Se trovate questo discorso troppo reificante, perché credete che la musica non sia un mero prodotto, la butto su un altro piano:

Il meccanismo che fa scattare l’adulazione verso un modello è di tipo aspirazionale/imitativo.

Noi, poveri stronzi, vorremmo essere come lui, il modello. Pertanto dobbiamo percepire una distanza col modello in questione. Se lui si avvicina troppo, non siamo tanto noi a diventare come lui, ma lui a diventare come noi. E il giocattolino si rompe. Il modello non ci intrippa più.

Ma un momento, fermi tutti: Internet accorcia le distanze! Internet favorisce il contatto coi fan! Oh, figata, Internet è democrazia!

Appunto. Solo che non sono i primi ministri che escono vincitori dalle urne ad essere adulati. Quella è una sorte che spetta gli imperatori figli degli dei.

Proviamo con un confronto diacronico e viriamo al nocciolo della faccenda, che su schermo si legge male e il capoufficio va a finire che vi sgama.

Inizio anni ’80, da qualche parte del globo: suonano i Van Halen e non si sa cosa diavolo sia un tapping. Si sa solo che è fico e tamarro oltre ogni decenza. La gente sgomita, suda e smadonna sotto i palchi di mezzo mondo per cercare di capire che cosa combini Eddie con quelle manacce.

Ma che cazzo starà facendo? Boh?!?!?!!?

Ma lui nel momento clou, quando le note impazziscono, ecco che si gira di spalle.

E’ stronzo o cosa? !

No, non era stronzo. Era una rock star perdio. Proteggeva il suo capitale, la sua immagine. Proteggeva il suo status, cosa che gli avrebbe permesso di calcare ancora quelle scene. Eddie alzava il palco di diversi metri. Lui lassù, tu ultimo degli stronzi laggiù, nella fossa. A sbavare (pagando salato).

2015, in ogni parte del mondo: il gruppo avviato, con qualche tour sulle spalle, magari un paio di dischi che hanno fatto discutere nel loro ambito (edito postumamente in neretto perché dai commenti sembra che si frainteda a quali realtà io mi stia riferendo – NDA). Professionisti, semiprofessionisti, morti di fame, chiamateli come volete. Ecco il chitarrista nella sua cameretta o nel suo “studio” che ci spiattella gli assoli del suo disco su Youtube, poi li ricondivide caparbio su FB, poi ce li spamma su Twitter e persino su Google + (tutto fa brodo). Poi tocca al batterista, che ci seziona i suoi pattern track by track ricorrendo a costose GoPro piazzate nei punti nevralgici, magari ci fa un pensierino pure il bassista (sempre che la sua sete di autocompiacimento riesca a vincere la sua proverbiale pigrizia). Tutto votato alla ricerca famelica di Like e visualizzazioni. Che di solito pochi portano a termine.

Perché dai, diciamocelo…

calma

Il confine tra ciò che è utile per la propria professione/immagine (vedi la didattica o un CV artistico) e ciò che invece può risultare deleterio è labile, ma credo che dovremmo imparare a fiutarlo da subito, dopo quasi venti anni di web e dieci di social. Forse il musicista si sta scavando la fossa da solo, sta abbassando il palco sul quale veniva adulato, centimetro dopo centimetro.
Mi chiedo se magari, passata la sonora sbornia da intimo contatto col fan a portata di click, l’artista lungimirante non debba rinunciare a qualche Like mentre performa in garage e imparare a girare un po’ le spalle come faceva quel volpone di Eddie. Magari solo di 3/4, dai.

Ragazzi, il mondo è un postaccio, il calcio tirerà sempre più dei dischi e dei live di noi straccioni confinati in un limbo senza fine, ok. Per non parlare dei culi, delle tette e dei gattini. Cristo, quanto tirano i gattini. Ma noi ci abbiamo messo del nostro. Dai, abbiamo davvero rotto i coglioni.

D.J.E.

 nota:
Questo articolo è stato originariamente postato del mio sito personale che ospitava temporaneamente il blog. Se vi interessa, qui trovate il vespaio di polemiche che aveva originato: https://danielegalassi.wordpress.com/2015/03/11/musicisti-ecco-perche-abbiamo-rotto-i-coglioni/

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2 Comments Add yours

  1. Il punto è che anche questo articolo è un po’ un frignare su quanto frignano i musicisti…

    Il mondo è cambiato, il rock è morto, il palco è sceso. Già… La vera distanza per me non è mai stata “non ti faccio vedere come faccio” anche prima di questo non-mercato musicale 2.0, è sempre derivata invece dalla genialità della proposta artistica, irraggiungibile dal fan.

    Marina Abramovic fu un esempio estremo di come invece l’artista nel contemporaneo è presente, distrugge le distanze, trova la sua arte nell’affermazione del sè, che a mio avviso è il contrario di “tirarsela”, è casomai “esporsi” visceralmente.
    E’ la testimonianza che dio show-biz è morto, per parafrasare il povero Nietzsche (chiedo venia, si starà rivoltando nella tomba) e credo dobbiamo solo rendercene conto e andare avanti.

    Inoltre personalmente credo che la musica sia più magia che gioco di prestigio. Ben venga la morte della finta rock star eternamente teenager che suona solo per le groupies e sbotta sul palco per fingere di essere dio… I veri artisti erano geni prima ancora di celare.

    Quindi per me se sei un musicista prestigiatore e te la tiri sarà bene che tu abbia qualcosa nel cilindro a livello del tapping di Van Halen, altrimenti mi dispiace ma rimani una figa di legno hehehe

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  2. hai perfettamente ragione a scindere tra music business e arte per arte. il mio è frignare in cui mi metto anche io in discussione (usando il plurale anche nel titolo). quando parli di arte per arte sottoscrivo in pieno. ma quando tiriamo in ballo il business, inteso come carrozzone che confeziona e vende sogni, il giocattolino s’è rotto anche e soprattutto per colpa dei prestigiatori che hanno iniziato ad abbassare sempre di più i palchi e alzare sempre di più le luci. ma potrebbe anche essere un bene per i maghi, in effetti. quindi abbasso i Silvan e w gli Harry Potter! (che brutta chiosa)

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